domenica 14 agosto 2011

In un giorno d'estate, un cercatore...

Fermo ai margini della strada bianca presso un cespuglio di more.
Uno di quei rovi che infestano le campagne incolte in un angolo pressoché deserto, e questo bel cespuglio verde scuro, con le foglie cerose, dure, inconfondibilmente seghettate.
I rametti irti di spine che tentano di colonizzare anche il passaggio dell'Uomo, e l'aggittarsi dei nuovi rami pieni di colori, alcuni ancora in fiore, altri verdi di foglie e rossi e neri di frutti, contrasta piacevolmente con  l'abbacinante luce bianca delle pietre della mulattiera.
Mi sono fermato senza un motivo preciso. Semplicemente mi piaceva il posto, immagino. Non ho bisogno di un perché per fermarmi, il motivo mi serve per andare avanti, semmai.

Ne assaggio una, poi un'altra, e un'altra ancora. Assaporo quei piccoli frutti neri, succosi e turgidi. Scelgo i più maturi, morbidi al tatto e qualcuno mi lascia l'inconfondibile macchia violacea sulla pelle.
Stupida commozione in quel sapore dolce, caldo di sole e assurdamente opposto all'idea di un'infestante e spinoso flagello vegetale. Il cielo disegna nuvole sfrangiate, strappate da venti alti, in quota. Rondini, veloci, ma non più frenetiche come quelle che all'inizio dell'estate sembravano archi impazziti che disegnavano traiettorie impossibili in cielo. E il tramonto che si avvicina, lentamente.

Mi siedo su una pietra e aspetto. Non so cosa, ma aspetto. Aspetto che si liberi il cuore da questo peso. E forse vorrei anche che spuntasse una lacrima. Che forse non arriva, o che il vento e il caldo delle ultime ore del giorno si portano via.

Rumore di un'auto in lontananza. Tempo di tornare indietro. Metto in moto e il ronzio familiare del piccolo motore mi sembra quasi un "Dai, vieni!". Infilo il casco, i soliti profumi che conosco, la solita strada che mi riporta a casa. L'estate sta per finire.

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