C'è, di nuovo, che questa volta ho un perché, se non sfugge nello scarico del lavandino insieme alle ultime gocce di sogni.
E questo vento che non smette, che agita panni stesi e tende dimenticate, che scuote serrande e saracinesche, che sbatte sui pensieri e li rende rumorosi.
E' da ieri sera che ci penso, e ho comunque deciso di mettermi supino a leggere qualcosa, ricordi non miei, raccontati bene.
Dolori scritti con stille nere in una soluzione bianca, parole come gocce che si infondono nel sangue, rendendolo grigio, un misto di vita e dolore - altrui - di cui non posso fare a meno.
Si racconta di un gruppo di donne, cinque, negli anni immediatamente dopo la guerra, in una grande città del sud. C'è l'atleta, quella che sembra un'attrice, la timida, la fedelissima, e la narratrice. Ed ognuna ha un destino di dolore da portarsi dietro: le quattro, che vedono morire la più frizzante, per un incidente non suo; la bella che si disfa in una pletora di figli; la timida che fugge, finalmente, verso la propria vita... e le due fedelissime, a cui una - la narratrice - toccherà l'amaro compito del dover raccontare l'addio. Mi nutro della tristezza altrui, viva e in movimento.
E' una lettura semplice, dopotutto, sembra già dall'inizio che qualcosa debba andare storto, già dalla perfetta unione delle cinque fanciulle. E l'amaro particolare non sospetto è dato da un evento inutile, ma narrato, che rende il tutto più grottesco e cinico.
Stavolta ho un motivo per sentire il grigio, dentro. E non è che mi dispiaccia, anzi... in qualche modo sublima pensieri che non riescono a venire a galla e restano sepolti sotto un velo di nero untuoso e pesante, mosso appena. Meglio così.
Si ricomincia.
